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    Quando il sole decide

    E' strana, l'ultima parte dell'estate, e lo manifesta ancor piu' man mano che si avvicina l'equinozio. Ci si abitua molto facilmente al sole, o almeno: io mi ci abituo facilmente. Al mattino si fa annunciare con largo anticipo, e cosi' lo attendo pronto, senza sorprese, come si attende un ospite bene educato che non delude gli invitati. Alla sera, invece, riesce sempre a spiazzarmi. Il saluto al giorno e' annunciato, e' vero, ma quando e' il momento si crea una specie di immane stasi, come se stesse in bilico, attendista, indeciso. E poi, per qualche strano motivo, lui scappa via all'improvviso, proprio quando sto iniziando a pensare che stavolta si fermerà a dormire qui. Come un ospite che non ama molto gli addii, e va via quando sa di potersi eclissare senza lasciare agli altri la possibilita' di trattenerlo. Va via. E mi lascia con le stelle, a chieder loro se domani tornera' ancora.

    Il sole, quando decide, va via in fretta.

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Inviato utilizzando un telefono cellulare Sony Ericsson

    Bimbi, sassi, piccole cose importanti

    La spiaggia, di domenica pomeriggio, e' molto affollata, ancor piu' che al mattino, dato che si avvantaggia anche di coloro che non hanno forza, o voglia, di alzarsi, dopo il sabato. Sulla riva, quasi a ridosso del bagnasciuga, la brezza investe tutto e tutti in modo tanto decisamente impertinente quanto sorprendentemente insistente; una brezza che, scendendo da nord, increspa la superficie di un mare troppo annoiato per agitarsi davvero, ma non abbastanza da evitare i commenti della gente che vorrebbero sempre una piscina a titolo gratuito sotto casa; una brezza che diventa quasi vento convinto, non abbastanza da provocare le scene a un tempo divertite e isteriche degli inseguimenti tra bagnanti e ombrelloni, ma di certo sufficientemente forte tanto da fare la felicita' dei kite-surfer che vengono da ogni dove, quanto da tener su decine di aquiloni dalle forme piu' stravaganti, e assieme di nasini di ragazzini che, tra lo stupito e l'imbronciato, vorrebbero tanto prendere il posto dei padri/fratelli/amici che li governano. Il vento porta con se' gli odori e i profumi di una estate che stancamente, ma mai troppo lentamente, si dirige verso, e dentro, settembre, come un indolente felino sollecitato dal proprio domatore a rientrare nella propria gabbia dopo aver abitudinariamente, lautamente, lentamente pranzato. La scena e' riempita da tanti protagonisti anonimi, quasi tutti umani, scossi, mescolati, agitati, eppure mai omogeneizzati, persi e confusi tra i tentativi di confondersi nel mucchio da parte di alcuni e quelli, a volte esagerati, di distinguersi da parte degli altri; tutti presi, loro malgrado, dal paradosso della condivisione di pochi metri quadrati con perfetti sconosciuti; questi sconosciuti in qualche caso vengono totalmente ignorati, in altri fatti assurgere ad amabili e adorati compagni, in altri a spettatori di una qualche forma di pantomima il cui scopo e' quello di gratificare chi la recita, e non tanto chi vi assiste. E cosi', tra machi iperpalestrati costretti in slip di taglie adatte a quando avevano 5 anni e unti di abbronzante fino al midollo, ragazzine e neo-nonne che fanno a gara a chi riesce a mostrare meno tessuto sulla pelle a tutto beneficio di adolescenti impazziti e pensionati inaspettatamente di buon umore, ma anche gente che semplicemente ascolta musica, passeggia lungo la riva, gioca a bocce o a beach volley, prende il sole conversando, mangia ciaaaaambelle caaaaldeeee!, esamina con poco convinta attenzione i ninnoli e i cappelli di mustafa' ciapali' ciapala' costa poco viene qua, lascia vibrare il telefono cellulare al ritmo inascoltabili, ridicole, quando non oscene, suonerie, legge topolino, guarda le ultime foto sui giornali scandalistici, risolve un sudoku o uno schema di parole crociate di bartezzaghi, si tuffa e poi esce, e poi si tuffa ancora, corre e si rincore, e sparge sabbia e gocce d'acqua e sale e vento sui vicini, tra gente, quindi, che guarda il sole sperando che ci metta piu' di ieri a scendere laggiu' in fondo per scomparire oltre quella immaginaria linea orizzontale, si scorgono piccole storie, che sono prologhi o epiloghi di altre iniziate o proseguite qui o chissa' dove, o semplicemente auto-contenute in poche ore, minuti, a volte istanti.
    Un bambino, quasi inconsapevole del trambusto che agita tutto il resto, o forse semplicemente poco interessato, lascia la madre a discutere con la vicina di ombrellone ed inizia ad esplorare quel po' di mondo che ha attorno. La sua attenzione e' tutta rivolta verso l'occasione creata da qualche bagnante poco civicamente educato che ha dimenticato di usare l'apposita pattumiera. E' un sacchetto di patatine dal bordo giallo, il cui interno luccica troppo orgogliosamente per essere ignorato. Lo raggiunge, e lo osserva con attenzione. Lo svuota delle briciole salate che speravano ormai di restare a riposare sul fondo, e lo ripulisce con cura, mentre cerca un posto sufficientemente comodo per adagiarsi sulla sabbia. Sedutosi, inizia lentamente a riempirlo. Con sassi, principalmente. L'operazione richiede tempo, e cura, molta cura... il resto, nonostante produca e celebri decibel e decibel di vita tutto attorno, non conta. L'espressione del bimbo e' corrucciata, ma non arrabbiata: semplicemente impegnata, attenta. Scuote il sacchetto, ogni tanto, per compattare il contenuto, e fare spazio ad altro; altro materiale che, come quello gia' dentro, e' scelto con cura, e anche con una sorta di strana consapevolezza, forse non solo apparente; come se quella sabbia, quella ghiaia, quei sassi, fossero stati investiti avanti e indietro da secoli e millenni di risacca e onde e pioggia e vento, sbattuti e tirati e strisciati e lanciati e affondati e risaliti, consumati e levigati fino alla forma attuale solo per poter entrare in quel sacchetto. Dopo un po', finalmente, il bimbo si ferma. Capisce che deve lasciare un po' di volume per poter ripiegare il bordo del sacchetto e proteggere il contenuto. Cosi' fa, e cerca, con cura e perizia, persino superiori a quelle mostrate finora, un peso adatto ad essere adagiato in cima, sul bordo ripiegato. Quando trova il sasso perfetto, esattamente quello, e non un altro, lo depone come fosse l'ultima pietra della piu' bella opera mai costruita da mani d'uomo. Un sorriso riga finalmente il volto del piccolo uomo, fino a poco prima descritto dall'espressione di chi svolge un'operazione ripetuta centinaia, migliaia di volte, lunga e faticosa, ma necessaria per vivere; come un contadino che rimette a posto gli strumenti dopo il raccolto, o forse un pescatore che rassetta le reti dopo il rientro dall'ultima, fruttuosa battuta. Il sorriso si stringe, mentre il bimbo osserva la sua opera, soddisfatto. Alza lo sguardo, e sa che deve allontanarsi. Gli duole, quasi, lasciare il sacchetto, anche per poco. Allora lo fissa, ricontrolla il sasso che gli consente di resistere al vento, scosta lentamente le mani. Si alza, e fa per partire. Il suo sguardo dice, piu' chiaramente che se usasse le parole: <<Torno presto>>.

    Solitudini meno assolute

    Sono le quattro del mattino passate da un pezzo, e, come ormai troppo spesso, finisco sulla terrazza di questo bell'appartamento in cui mi trovo ad agosto. Si vede il cielo da qui, quasi interamente, senza barriere. E' pericoloso guardare il cielo direttamente, a volte; pericoloso quasi come guardarsi improvvisamente negli occhi allo specchio, specie di notte. Ma e' inevitabile che accada. Si vede anche un pezzo di lungomare, oltre, naturalmente, ad un pezzo del mare stesso. E finire con l'oscillare tra cielo e mare, come l'altalena rapida tra due bambini o il pendolo lento di un vecchio orologio a muro, e' banalmente prevedibile. Ed e' altrettanto prevedibile iniziare, facilmente, a sentirsi soli; forse lo si spera, o forse, semplicemente, lo si teme. La luna aiuta a trovare un po' di riposo in questo continuo vagare, visivamente rilassante quanto intimamente intenso, ma nonostante tutto la consapevolezza di una certa solitudine resta sempre li', come un pipistrello che vola incerto sotto l'albedo accecante di agosto, che scompare dalla vista solo per ripresentarsi subito dopo, piu' vicino, scuro e insicuro sulle ali di prima. Poi, d'un tratto, nel finto silenzio di una notte fatta di tir in autostrada, vecchie tubature, aerei in volo basso, cani sguaiati, grilli e cavallette, gatti tra i bidoni, vento, fronde, risacca e marea, irrompe con inaspettata grazia l'inconfondibile rumore di due ruote di gomma spinte da pedali. Un ciclista notturno passa sul lungomare come se fosse il tramonto, tra i villeggianti che tornano su dalla spiaggia e i ragazzini che mangiano il gelato. Solo che sul lungomare non c'è nessuno. A parte lui. E il mio sguardo. E il ritmo regolare delle gambe di quest'uomo sconosciuto, che lascia oscillare la propria spinta da un lato all'altro del telaio, quasi come il mio sguardo faceva un attimo fa dal cielo al mare, mi fa sentire, piacevolmente, meno solo.

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Inviato utilizzando un telefono cellulare Sony Ericsson

    L'irragionevole potenza della matematica

    <<E in inverno, sotto il pastrano, mi coprivo di fogli di giornale, dai quali non mi separavo prima di aprile, quando la terra, finalmente, usciva dal letargo. Il supplemento letterario del 'Times' era superbamente adatto allo scopo, per via dei fogli robusti che conservavano a lungo l’impermeabilita'. Nemmeno i peti gli causavano problemi. Non posso farci niente, i gas mi escono da dietro al minimo pretesto, e non posso non parlarne almeno qualche volta, per quanto possa trovarlo spiacevole. Un giorno li ho contati. Trecentoquindici peti in diciannove ore, piu' di sedici all’ora, in media. Nemmeno cosi' tanti, a pensarci. Quattro peti ogni quarto d’ora. Un’inezia. Meno di uno ogni quattro minuti. Da non credere. Diamine, si puo' dire che non scorreggi affatto, meglio se non ne parlavo. Straordinario quanto la matematica possa aiutarci a conoscere noi stessi...>> (Samuel Beckett, da "Molloy").

    Waffle col gelato

    Fruibilita' (eheheh).

    Lo so, e' stupido, ma era talmente buono che non ho potuto fare a meno... sul waffle ho messo di tutto in vita mia, ma mai il gelato: che esperienza! Inutile sprecare parole. E' uno di quei casi in cui e' possibile rivivere cio' che i sensi ci hanno trasmesso in passato... forse perche' lo vogliamo ardentemente.

    Strano pero'. In certi casi non ci si riesce.. in certi casi qualcosa ci impedisce di ricordare, di rivivere vividamente cio' che vorremmo... forse il tempo, forse il subconscio... forse...

    Inutile pensarci. Il waffle col gelato e' una grande consolazione. Come diceva qualcuno: non basta, ma aiuta. :)

    Ga-ratto - Ra-gatto

    Ecco il gatto, all'ultimo atto:
    di soppiatto stringe un patto,
    nientemeno che col ratto;
    che non dice "ma sei matto!",

    ma piuttosto... "affare fatto!".